V come Manosfera
Appunti per raccontare la manosfera, per spiegarla in classe, in famiglia, ovunque sia necessario renderla visibile. 5 V per riconoscerla e 3 C per provare a uscirne.
Cinque V per spiegare il più facilmente possibile la manosfera, per raccontarla e cercare di capirla. E 3 C per individuare insieme un’alternativa. Parlarne, cercare il confronto, le strade possibili, riappropriarsi di un terreno di scambio che altrimenti rischiamo di delegare a istanze misogine sempre più violente e pericolose.
Visibilità
La manosfera non è più cosa da deep web, a cui si accede solo dopo avere digitato password segretissime ed essere entrati in spazi virtuali oscuri e riservati, dove tutto è lecito. No, la cultura misogina che la sorregge è sempre più visibile, sempre più sfacciata, negli scopi e nei modi. Non c’è bisogno di andarla a cercare, è lei che viene a cercare te, soprattutto se sei maschio e adolescente. Te la ritroverai nei social, sotto forma di video umoristico su come rendere innocua una ragazza o di consiglio per avere una mascella più definita e addominali da culturista. Tutto ciò che un tempo era clandestino e oscuro, adesso è visibile e avviene alla luce dei social.
Vittimismo
È il tratto comune più facile da riconoscere. Gli uomini che si identificano nei contenuti della manosfera si giocano quasi sempre la carta del vittimismo. Gli uomini bianchi etero sono i veri discriminati oggi. Usati dalle donne, che hanno il potere di sceglierli e di scartarli. Rovinati dalle femministe, dalle denunce false e dalle ex mogli dopo un brutto divorzio. In testa alle classifiche dei suicidi e delle morti per lavoro. Gli unici ad andare in guerra e a rischiare davvero la vita quando è necessario. Non importa se gran parte dei diritti che rivendicano (anche giustamente) sono negati loro proprio dalla società che le femministe vorrebbero cambiare e da quello stesso sistema di potere che invece la manosfera si ostina a sostenere. Non importa se la vera causa delle loro difficoltà è un modello economico insostenibile, di cui si alimenta la stessa manosfera. Queste contraddizioni non sono importanti, perché il vittimismo offre una via di fuga perfetta dalla crisi e dalla paura del malessere che si attraversa. Non risolve un bel niente, ma ti illude di sì.
Vincolo
Follower, gesti, codici comuni, la sensazione di appartenere finalmente a qualcosa, di poter accedere a un mondo in cui non sei costantemente giudicato. La manosfera è anche (se non soprattutto) una questione di appartenenza, offre un orizzonte, restituisce una possibilità di futuro, insieme alla convinzione di avere il controllo su quel futuro. La manosfera si nutre soprattutto di solitudine. Per i ragazzi, che sono bersagliati da discorsi femministi spesso fraintesi, e in cui finiscono per farsi carico delle colpe dei maschi adulti che li hanno preceduti, la manosfera è un luogo in cui la mascolinità acquista contorni meno angoscianti e sgradevoli. È un luogo in cui tornare ad avere un ruolo, un pezzetto di quel potere collettivo maschile a cui non sembra ancora esistere un’alternativa che non sia l’invisibilità.
Virilità
Se l’unica strada per sfuggire all’etichetta di maschio “tossico” sembra essere appiccicarsi addosso quella del maschio “sensibile” (che nel mondo dei pari ti rende ancora carne da macello), la manosfera offre un’alternativa. La manosfera parla di successo, di sforzi e ricompense, di rivincite, prende i tuoi obiettivi e i tuoi sogni, e te li mette a portata di mano. Quello che non dice, ovviamente, è che quei sogni in realtà sono il prodotto della stessa manosfera. Ecco dunque che la virilità acquista connotazioni ben precise, ne esiste solo una possibile: l’uomo ideale è l’uomo forte e di successo, che protegge la propria famiglia e si fa carico del suo sostentamento materiale. Sì, esattamente il modello da cui nascono le insoddisfazioni che hanno portato lì molti uomini, ma non importa. Se vuoi, puoi, ecco l’unico discorso che conta.
Violenza
Se l’uomo di successo è quello che non ha bisogno di chiedere, che non accetta un No come risposta, il passo che lo separa dalla violenza è breve. Se l’uomo vero è quello che protegge la sua donna, significa che la donna è in pericolo per definizione, ogni volta che si avventura nello spazio pubblico da sola. Non stupisce quindi la necessità della manosfera di sminuire, ridicolizzare e negare la violenza contro le donne. Di ridurla a una fissazione, una bugia, un’arma contro gli uomini. La violenza sulle donne è un tassello fondamentale del sistema di potere attuale, che poi è lo stesso che la manosfera, consapevolmente o meno, si affanna a mantenere in vita.
Questi sono alcuni tratti ricorrenti nella manosfera. Una volta che l’abbiamo riconosciuta, quale strada abbiamo davanti per offrire un’alternativa, soprattutto ai ragazzi? Ecco tre punti per provare a rifletterci insieme.
Collettività
Se la solitudine è ciò di cui si nutre la manosfera, il primo obiettivo sarà cercare di combatterla. Ascoltare i ragazzi, arrivare al fondo delle loro richieste e del loro pensiero, anche quando non ci piace, soprattutto quando non ci piace. Ogni volta che un ragazzo ha da dirci qualcosa che ci costa fatica ascoltare, lì si nasconde un’occasione di incontro, un ponte da gettare.
La società ha il dovere di creare spazi di aggregazione in cui i ragazzi possano ritrovarsi, instaurare dinamiche nuove, uscire dall’isolamento, se necessario. Non possiamo delegare tutto alla scuola e farne l’unico spazio di intervento possibile. Bisogna creare altre occasioni, altri spazi, mantenerli in vita, fare in modo che assomiglino ai ragazzi, non a noi.
Cura
La cura è un’occasione meravigliosa per costruire un’identità diversa, maschile e femminile. Riabilitarla, raccontarla in modo diverso, renderla un territorio in cui ritrovarsi, in cui costruire quella collettività di cui sopra, e in cui esprimere e riscoprire le proprie capacità. Se la cura smette di essere invisibile e diventa un valore, anche sociale, ci guadagnano tutti, individui e società.
Coraggio
Il coraggio non è solo quello dei coach e dei gym bro. C’è il coraggio del visionario, che si azzarda a immaginare un altro mondo possibile. C’è il coraggio di affrontare le proprie emozioni e di guardarle in faccia, a cominciare dalla paura (“Se non hai paura, che bisogno hai di avere coraggio”, diceva Sandokan.) C’è il coraggio di vivere il proprio malessere e rivendicarlo, cosa quanto mai difficile in una società che sembra prevedere e ammettere solo figli perfetti.
C’è il coraggio di mettersi in discussione, a cominciare dal femminismo. Se i ragazzi arricciano il naso ogni volta che sentono questa parola, qualcosa abbiamo sbagliato, è evidente. Ammetterlo non significa gettare alle ortiche tutto il resto, secondo me, anzi. Forse significa salvarlo. Siamo disposte a cercare risposte anche dove non ci piaceranno, come il tizio della storiella delle chiavi di casa e del lampione?
Qualunque altro spunto di riflessione sarà prezioso, scrivetelo nei commenti, se vi va.


Semplicemente il femminismo non ha alcun incentivo che possa interessare i ragazzi a seguirlo, mentre ha tanti incentivi che funzionano per le ragazze. D'altronde i maschi femministi esistono, ma sono o uomini che hanno preso ben determinato pacchetto di ideologie politi che toto, oppure sono "femministi performativi"